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Come prescrive l'articolo 138 della Costituzione, è stata depositata la richiesta di referendum da parte dei parlamentari, ma si procederà anche alla raccolta delle firme popolari - Stavolta, per bocciare Renzi, NON OCCORRE IL QUORUM

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giovedì 25 maggio 2017

Il Venezuela potrà essere finalmente una VERA primavera

Un discorso sulla guerra che si vive in Venezuela


Pubblichiamo un contributo  da Caracas che ci ha inviato Julián Isaías Rodríguez Díaz, Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia.
L’Ambasciatore si trova in questi giorni in Venezuela dove è stato nominato dal Presidente costituzionale Nicolàs Maduro come Vice-Presidente della Commissione Presidenziale per  la definizione delle modalità dell’Assemblea Nazionale Costituente.
Classe 1942, originario di Guarico, avvocato con specializzazione in diritto del lavoro, professore universitario,  durante la Presidenza di Hugo Chavez è stato senatore, membro dell’Assemblea Costituente, Vice-presidente della Repubblica. Ha ricoperto inoltre la carica di Procuratore Generale e di giudice della ‘Sala Costituzionale del Tribunale Supremo’. Prima di essere nominato Ambasciatore in Italia nel 2011 è stato Ambasciatore in Spagna.
UN DISCORSO SULLA GUERRA CHE SI VIVE IN VENEZUELA
Fino a qualche giorno fa mi trovavo a Roma. Tenevo conferenze nelle università italiane sulle guerre cibernetiche. Le identificavo come guerre di quarta o quinta generazione. Le assimilavo ai colpi di Stato “morbidi”, come quelli del Brasile e del Paraguay. O alle rivoluzioni colorate dell’Europa dell’Est. O alle cosiddette “primavere arabe”. Ma una cosa è preparare un discorso per un evento accademico e un altro vivere questi colpi di stato “morbidi”, come colpi di stato armati, o subire le “primavere” come inverni freddi pieni di alberi spogli, senza foglie, senza fiori ed apparentemente senza vita.
Quando ti rendi conto che, al posto delle bombe, ti lanciano rapporti informativi e notizie estratte surrettiziamente da server nemici sconosciuti e che questi si infiltrano nel tuo computer o nel tuo telefono cellulare per distruggere le reputazioni; quando vedi come bloccano le pagine web a pochissimi passi da te e constati l’occupazione del territorio del tuo Paese condotta attraverso manipolazioni, sabotaggi o trasfigurazione delle notizie, i discorsi accademici ti stanno molto stretti e ti si drizzano i capelli.
È una vera guerra cibernetica! Fai fatica allora a descrivere gli opposti schieramenti. Gli attacchi sono reali. Con tutte le loro dimensioni e i loro scenari. Una popolazione stordita e inerme, gruppi di attivisti, schiere contrapposte di soldati in guerra, poliziotti che rischiano la vita, criminali con il viso coperto o con un fazzoletto legato alla testa come se stessero attraversando un deserto, crackers, società mercenarie, sicari travestiti da gente comune, barriere metalliche nelle strade, unità di intelligence e giovani che sembrano come narcotizzati, che agiscono difendendo un ideale che non arriva ai destinatari, per la violenza con la quale si scagliano contro chiunque abbia una telecamera o un cellulare (avversario o no) che li mette a rischio di essere identificati.
È in questi momenti che si diventa capaci di credere che gli Stati Uniti stiano usando il Venezuela come  un laboratorio per testare, in scala ridotta, come potrebbe essere la terza guerra mondiale dello spazio cibernetico. La riflessione allora ci salta agli occhi come un animale ferito in una spedizione in mezzo a una foresta non da finzione. Ciò è preoccupante non solo per l’America Latina e per il Venezuela, è preoccupante per l’intero mondo civile, che non vuole tornare a vivere né il nazional-socialismo, né il franchismo.
Le difficoltà nel poter identificare gli autori degli assalti, e la mancanza di esperienza in scontri di questo genere corrispondono a una scalata più “ciberbellica”, che cibernetica.
No, non è una guerra di quarta generazione, sono azioni reali che si percepiscono attraverso i sensi, anche in quei casi in cui non hanno alcun significato. A questo cerca di condurci questa guerra sotterranea. Mi rifiuto di vederla in altro modo se non come guerra sotterranea. Alcuni dei partecipanti a questo dramma hanno interessi che non sento molto puri. È una Pearl Harbor digitale, in cui si sviluppano armi ibride in una zona grigia.
Una specie di WikiLeaks misto con Anonymous, ma con armi lunghe, corte e letali, nascoste in fazzoletti grandi, in fondine scure e in borse facili da trasportare.
Il peggio è che spesso le voci più allarmiste risultano false e, al contrario, quelle meno altisonanti risultano gravi. I giornalisti scoprono che è quasi una lotta di tutti contro tutti, nella quale sofisticati virus informatici di origine ignota ti sorprendono con bugie delle quali è impossibile dubitare.
L’hackeraggio è contro i nemici e contro gli amici, e perfino interno alle fazioni che condividono lo stesso credo. È una vera giungla nella quale gli animali sono “il polpo” e “il ragno” (vie di comunicazione che sembrano ponti su Caracas) e dove i macchinari che dissuadono dalla ribellione sono “il rinoceronte” e “la balena” (camion con idranti per disperdere i manifestanti).
Quanto alla parete di metallo che viene collocata  come barriera dalle forze dell’ordine pubblico, questo popolo con un’immaginazione indemoniata la chiama “pipistrello”, perché allarga le sue ali di metallo sulle vie urbane e interrompe le strade come il muro che Trump ha progettato per la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti.
È una vera guerra e non un discorso. È l’anarchia più assoluta e più scriteriata. Nella guerra ci sono norme, schieramenti delimitati, obbiettivi e responsabilità che possono essere perfettamente individuati. Quello che accade in questo che sembra un assalto simile a quelli che nel Medio Evo si facevano contro “le città assediate”, è un tutti contro tutti nel quale diversi gruppi usano strumenti legali e illegali, sterco umano, bottiglie molotov, armi da fuoco di costruzione artigianale, gas, cuscinetti a sfera, pistole per abbattere e macellare animali. Una specie di selvaggio west prima dell’arrivo della Legge con indiani e “pacifici e religiosi colonizzatori”.
È possibile che, come in Vietnam, il caos che gli Stati Uniti sperimentano come laboratorio in territorio venezuelano gli si possa rivoltare contro.
Così capiranno che questo continente non è più una loro proprietà, né il loro cortile di casa. Sì, siamo coscienti del fatto che dopo tutto la guerra non può esistere senza che vi sia prima una pace ordinata.
Questa presunta pace è quella che esisteva in America Latina quando il Dipartimento di Stato statunitense riteneva che questo continente fosse suo, in virtù della dottrina Monroe. Ora la pace più che ordinata è organizzata e oppone resistenza. Si può piegare come una palma ma si alzerà di nuovo senza che la spezzino mai. È una pace nuova, piena di dignità, e questa sì che può essere chiamata “primavera”, perché non la fiaccano i colpi di Stato, né quelli morbidi, né quelli duri.
La nostra geografia è arrivata ad essere un ciberspazio nel quale la ciberguerra non serve per addomesticare né per schiacciare i popoli.
Caracas, festa della mamma in Venezuela. Dedicato a tutte le donne che hanno partorito questa rivoluzione.
¡HASTA LA VICTORIA SIEMPRE!

domenica 21 maggio 2017

Tu da che parte stai? - Con la classe operaia, dice qualcuno che è contro Maduro

[da abc.com-py]  giornale online paraguaiano
https://s3-sa-east-1.amazonaws.com/
assets.abc.com.py/2017/04/19/
una-manifestante-cubre-su-rostro-con-
una-mascara-antigas_970_646_1482882.JPG
Siamo ormai abituati alla retorica della difesa della democrazia, dei diritti umani, contro le armi di distruzione di massa. E dopo arriva sempre il terribile intervento armato degli Stati Uniti. Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all'interventismo ("Pepe Mujica, ex presidente dell'Uruguay, uno dei mediatori per una soluzione pacifica della situazione venezuelana)
La situazione internazionale si fa sempre più grave. I focolai di guerra guerreggiata sono sempre più numerosi e scottanti, con tutti gli organi di comunicazione in mano ai padroni, e con una miriade di servi sciocchi al seguito.
Il Prc-se sta prendendo sempre più nettamente una posizione chiara su quanto sta succedendo. In particolare sull'Ucraina ha appoggiato in pieno la carovana guidata dalla parlamentare europea Eleonora Forenza, allargando lo sguardo su Siria, Libia, Medio Oriente in genere.
Particolarmente vergognoso il comportamento di tutti i mass-media italiani sulla situazione in Venezuela, che fanno da gran cassa ai piani degli USA e dei padroni latino-americani per rovesciare il governo, e soprattutto le condizioni delle masse popolari e ricondurle alla miseria generale di prima dell'inizio della "Rivoluzione bolivariana" nel 1999. Con l'inevitabile sottofondo dei "veri rivoluzionari" che attaccano il governo di Maduro dal lato dove dovrebbe essere più forte, cioè da sinistra.
In questa situazione dal Partito della Rifondazione Comunista nazionale ci giunge l'importante contributo della ambasciata del Venezuela in Italia, che come minimo sarebbe il caso di leggere, e di confrontare con quanto viene detto dai mass-media italiani.
Vedi ai seguenti link:

http://rifondazionebrescia.it/internazionale/venezuela/DOSSIER%20VIOLENZA%20VENEZUELA%20IT.html

http://rifondazionebrescia.it/internazionale/venezuela/Vittime-della-violenza-della-destra.html

a cura di webmaster

domenica 14 maggio 2017

Ancora sulla delegazione italiana nel Donbass: la parola ai protagonisti

Filmato che annuncia la partenza


Eleonora Forenza, europarlamentare nelle fila del GUE, eletta nella Lista Tsipras - L’Altra Europa, partecipa alla terza carovana antifascista per il Donbass. La carovana, organizzata dalla Banda Bassotti, si recherà a Donetsk e a Lugansk per portare farmaci e aiuti di prima necessità alle popolazioni del Donbass.

Il governo ucraino ha chiesto all'Italia di arrestare e deportare in Ucraina i partecipanti alla "carovana antifascista nel Donbass. Si tratta di un governo che è l'erede, con poche varianti sostanziali, di quello che aveva nazisti dichiarati e cittadini americani in posti chiave a qualificarne l'orientamento, e che era stato portato al potere con un violento colpo di stato, grazie alla tattica standardizzata di "far scoppiare" una "rivoluzione colorata" [leggi Open Society Institute, cioè il miliardario tedesco-ungherese-americano-israeliano Soros], "rivoluzione colorata" portata avanti con l'appoggio di mercenari e fascisti, e con i soliti noti "rivoluzionari" nostrani che inneggiavano ai "nuovi soviet".
Qui sotto le dichiarazioni di Eleonora Forenza al momento del suo ritorno a Roma il 6 maggio.


Roma, 6 Maggio 2017. Eleonora Forenza replica all'accusa di terrorismo ed alla richiesta di estradizione inviata dal Ministero degli Esteri ucraino al governo
italiano in seguito alla sua partecipazione alla carovana di solidarietà con la popolazione del Donbass promossa dalla Banda Bassotti.


Roma, 8 maggio 2017. Eleonora Forenza e altri membri della carovana tengono una conferenza-stampa presso la sede del Parlamento Ue a Roma, in via IV Novembre 149


Intreventi di:
Eleonora Forenza - Parlamentare europea del gruppo GUE - NGL (Gauche Unie Européenne - Nordic Green Left - in italiano Sinistra unita europea Nordica Verde Sinistra)
David Cacchione - Manager della Banda Bassotti
Paola Palmieri - Dipartimento Internazionale USB
Marco Santopadre - Rete dei Comunisti
Andrea Ferroni - Portavoce nazione dei Giovani Comunisti (PRC)
Veterano anonimo della carovana - ricorda le qualifiche di "rossobruni" e "campisti" rivolte ai sostenitori del Donbass dagli (s)qualificati esponenti della "sinistra rivoluzionaria" - Tutto il mondo italiano, evidentemente è inquinato da questa peste.

sabato 13 maggio 2017

Il governo ucraino chiede l'arresto per terrorismo di Eleonora Forenza, di Giorgio Cremaschi, della Banda Bassotti e di tutti gli attivisti che si sono recati in Donbass


Il governo ucraino chiede l'arresto per terrorismo di Eleonora Forenza, di Giorgio Cremaschi, della Banda Bassotti e di tutti gli attivisti che si sono recati in Donbass
Ordine del giorno - Comunicato-stampa
Il Comitato Politico Provinciale di Brescia, riunito in data 11 maggio 2017, preso atto della richiesta, fatta al governo italiano da parte del governo dell'Ucraina, di procedere all'arresto ed alla estradizione verso l'Ucraina della nostra compagna parlamentare europea Eleonora Forenza, di Giorgio Cremaschi, dei membri del gruppo musicale della Banda Bassotti e di altri militanti ed attivisti politici e sindacali che hanno preso parte alla Carovana Antifascista di solidarietà nel Donbass
esprime
sulla scia delle nette prese di posizione espresse al più alto livello dal segretario politico nazionale Maurizio Acerbo, la propria totale solidarietà alle compagne e ai compagni, colpiti dalle autorità ucraine con la grottesca accusa di “terrorismo”,
stigmatizza
l'operato del governo italiano che mantiene i più cordiali rapporti con un governo che è al potere in continuità con sommovimenti, che qualcuno chiama “rivoluzione” ed altri “colpo di stato”, ma nei quali è del tutto acclarato il ruolo della componente dichiaratamente nazista che si richiama direttamente ai capi delle milizie Ucraine che combatterono a fianco di Hitler durante la seconda guerra mondiale, componente che anche attualmente riveste ruoli chiave nel governo ucraino; e che, di fronte alle surreali richieste di arresto e di estradizione da parte del governo di Kiev, per esplicita dichiarazione del ministro degli esteri dell'Ucraina, si sarebbe limitato a ribadire l'amicizia italiana col governo di Poroshenko.
ribadisce
la propria crescente inquietudine per la corrività del governo italiano verso il risorgente fenomeno della diffusione in Italia delle ideologie e delle pratiche fasciste, corrività che ora giunge al punto di non reagire di fronte ad un attacco portato contro i propri concittadini da un governo estero che conferma la sua matrice, qualificando come “terrorista” una “Carovana antifascista in Donbass” la quale, tra l'altro, ha voluto incontrare testimoni e sopravvissuti della strage del 2 maggio 2014 nel Palazzo dei sindacati di Odessa, strage di carattere inequivocabilmente fascista, e che nel Donbass ha portato, come ordigni di terrore”, medicinali e giocattoli alle popolazioni martoriate dalla guerra.
Per tali motivo il Comitato Politico Provinciale di Brescia
esige
dal governo italiano un chiaro e deciso rigetto delle pretese assurde e provocatorie del governo dell'Ucraina.
Il Comitato Politico Provinciale del Partito della Rifondazione Comunista di Brescia

martedì 9 maggio 2017

Maurizio Acerbo: no a Pisapia, vuole un Pd 2.0

Intervista ad Acerbo (Prc): «Una sinistra pacifista con D’Alema? Surreale. E no a Pisapia, vuole un Pd 2.0»

il manifesto -
Intervista/Alleanze. Il neosegretario: non siamo interessati a listoni che abbiano come obiettivo l’alleanza col Pd prima o dopo le elezioni. Renzi è un avversario, non uno da cui andare a mendicare un premio di coalizione
di Daniela Preziosi -
Maurizio Acerbo, la sua prima mossa da nuovo segretario del Prc è dire no a Campo Progressista di Pisapia?
Semplicemente non siamo interessati a una “sinistra” come la propongono Pisapia e in maniera meno netta altri, cioè listoni che abbiano come obiettivo l’alleanza col Pd. Prima o dopo le elezioni.
Renzi è un avversario da combattere non uno da cui andare a mendicare un premio di coalizione. Pisapia propone un nuovo centrosinistra, noi una nuova sinistra alternativa al Pd.
Dunque vi rivolgete a Sinistra italiana. Che però dialoga con D’Alema e i suoi di Art.1.
A Bruxelles facciamo parte del Gue e del partito della sinistra europea. Partito a cui Si ha deciso di aderire al congresso, dichiarando chiusa l’esperienza con il centrosinistra. Ci sono le condizioni per un processo unitario. Magari con la modalità della “confluenza” nata nella Barcellona di Ada Colau: senza sciogliere i partiti tutte le organizzazioni fanno un passo indietro per farne due avanti in termini di partecipazione. Tergiversare mi sembra un grave errore politico.
Non vedo perché l’Italia debba essere l’unico paese europeo senza una formazione unitaria della sinistra antiliberista con dimensioni di massa. Noi non ci rivolgiamo solo a Si, ma a tutti i mondi che hanno costruito con noi l’esperienza dell’Altra Europa, a De Magistris, a Possibile, alle Città in comune, a Diem, al coordinamento per il No sociale, alle altre formazioni comuniste, a compagne e compagni attivi nei movimenti sociali. La sommatoria fra sigle non ha senso.
Ma non vi rivolgete a Art.1.
Senza fare l’esame del sangue a nessuno, i promotori di Art.1 sono stati fino a ieri dall’altro lato della barricata. E sono ancora nella maggioranza di governo. Che la sinistra antiliberista e pacifista possa essere diretta da D’Alema e Bersani mi sembra surreale. Qualsiasi programma antiliberista decente dovrebbe prevedere l’abrogazione di centinaia di provvedimenti che loro hanno promosso e votato.
Quindi a sinistra del Pd ci saranno almeno due liste?
Spero che ci sia una credibile lista della sinistra, quella che ho delineato. Non sono io che devo dire cosa devono fare gli altri. Magari se ci sarà il premio di coalizione Mdp sarà alleato del Pd. A noi invece interessa che ci sia un soggetto unitario alternativo al Ps e al Pse e alle politiche dell’Unione europea condivise da centrodestra e centrosinistra. Insomma ci interessa una soggettività simile a Unidos Podemos, a Syriza, alla Francia Ribelle. Dico a tutti, da Fratoianni a De Magistris, che è ora di darsi una mossa. Attendere la legge elettorale o saltare il giro non mi sembrano buone soluzioni.
La pregiudiziale anti Pisapia varrebbe anche nel caso in cui Renzi dicesse no?
Ma di cosa parliamo? Pisapia ha votato sì al referendum sulla Costituzione. Non è questione di persone ma di credibilità di un progetto politico. Noi siamo dei senza potere oscurati dai media: non siamo in grado di mettere pregiudiziali. Però non per questo andiamo in giro con il cappello in mano in cerca di un seggio. Pisapia non vuole una sinistra come Mélenchon. Noi facciamo parte del partito europeo di Mélenchon. Pisapia vuole allearsi col Pd di Renzi, noi no. Propone un nuovo centrosinistra, noi una nuova sinistra. Questi progetti di Pd 2.0 servono solo a procrastinare la costruzione di una sinistra radicale e popolare, alternativa al neoliberismo, indipendente dagli oligarchi dei media e della finanza.
Non ha paura della ridotta della sinistra?
In Europa le sinistre radicali non sono minoritarie. In tutta Europa c’è una sinistra come quella di cui parlo e ha dimensioni non trascurabili, in alcuni paesi ha superato gli ex-socialisti, in altri li ha letteralmente sostituiti. Fuori dal Palazzo ci sono milioni di persone a cui bisogna parlare in maniera chiara e con un profilo credibile.
Altro che minoritarismo: è un luogo comune smentito dai risultati di Syriza, Unidos Podemos e ora di Mélenchon. Anche in Italia dove siamo riusciti come a Napoli a coniugare unità tra partiti e movimenti e un leader di rottura con l’establishment i risultati sono stati ottimi.
Se lei fosse stato al posto di Mélenchon chi avrebbe votato?
Non sta a me votare al posto dei francesi. I nostri compagni in Francia hanno avuto posizioni diverse che rispetto. Al ballottaggio la scelta era tra peste e colera. Mélenchon ha fatto bene a evidenziare che la sinistra non ha nulla da spartire con il candidato iper-liberista Macron.

venerdì 5 maggio 2017

Il Venezuela non è un pranzo di gala


Il Venezuela non è un pranzo di gala

Il Venezuela non è un pranzo di gala

Marco Consolo (Dip. Esteri PRC)
Lo scrittore uruguayano, Eduardo Galeano, lo chiamava il mondo al rovescio. E di questo si tratta. La rappresentazione mediatica del Venezuela bolivariano è un manuale della guerra asimmetrica e di terrorismo, armato e psicologico. La narrativa internazionale dominante parla di una feroce dittatura, di un governo che imbavaglia i media, che reprime a destra e a manca e provoca morti, che affama la popolazione ed è responsabile della scarsezza dei beni di prima necessità e medicinali, che opprime e di cui bisogna liberarsi al più presto.
È il mondo al rovescio, appunto.
Gli asini volano, gli uccelli sparano ai fucili, e le renne prendono le redini della slitta con Babbo Natale per il prossimo tour. In Venezuela, i padroni e la ristretta cerchia degli importatori senza scrupoli imboscano i prodotti e fanno mercato nero, ma la colpa è del governo affamatore. I “manifestanti pacifici” (ben armati ed addestrati dai paramilitari colombiani) uccidono un poliziotto o qualche civile, bruciano asili-nido, fanno sabotaggio, ma si tratta di un atto di “legittima difesa”. I veri golpisti (del 2002 e non solo) accusano di dittatore il legittimo Presidente costituzionale Maduro. Sono gli stessi che, con i primi decreti del golpe, avevano abolito la costituzione. Oggi se ne fanno scudo, senza averla né aperta, né capita davvero, un po’ come con la bibbia di cui si dicono ardenti seguaci.
Gli assassini sono mascherati e rappresentati mediaticamente come colombe. I “good boys” sono fedeli all’insegnamento di Goebbels, il ministro della propaganda hitleriana: “La propaganda è un’arte, non importa se questa racconti la verità…. Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.
Fake news, le post-verità. Travestita da giornalismo indipendente ed obiettivo, l’industria del falso è al servizio della guerra. Il tam-tam virtuale della propaganda di guerra galoppa negli algoritmi dei latifondi mediatici, soffia sul fuoco di una lotta di classe che si acutizza, ed è materia incandescente.
L’ultimo braccio di ferro
L’ultimo braccio di ferro tra i contendenti, c’è stato lo scorso 19 e 20 aprile ed entrambi hanno raggiunto i loro obiettivi minimi.
Il “chavismo” ha dato una nuova e potente dimostrazione della sua capacità di mobilitare ed organizzare, nonostante i mille problemi quotidiani che affronta la sua base sociale.
Gli avvoltoi della destra hanno cercato (e trovato) i morti a tutti i costi (da fare o da farsi fare con cecchini compiacenti, come nel golpe del 2002): servono per dare una immagine di un Paese sull’orlo del baratro, dell’ingovernabilità, del caos, e a farla coincidere con quella che gli spin doctors dei mass-media stanno disegnando dall’estero, con l’idea di riscaldare l’ambiente per l’ingerenza esterna, già pienamente operativa.
Nei due giorni di mobilitazione, nonostante gli sforzi, l’opposizione non è riuscita a dare la “spallata finale”. Il golpismo ha bisogno di una ulteriore escalation su vari fronti.
Sul fronte di massa, deve mantenere un’attività di piazza abbastanza forte e prolungata da presentare al mondo un quadro “ucraino”, ma ancora non ci siamo.
L’opposizione rischia un errore che può costarle caro. A differenza del gennaio 2002, quando iniziarono ad accumulare forze per dare il golpe dell’11 aprile (con l’appoggio statunitense e di diversi governi europei), oggi sono ben lontani dal riuscire a mobilitare i numeri su cui contavano nei mesi di preparazione del golpe di aprile. Perché ? L’opposizione ha un grave problema, che non aveva nel 2002: è divisa al suo interno, senza unità di criteri tattici e senza il controllo di massa del passato. La destra “criolla” venezuelana (obbligata a stare insieme) è litigiosa per natura e questo gli impedisce di avanzare con una strategia solida.
Allo stesso tempo, la presenza di settori violenti e fascisti all’interno della Mesa de Unidad Democratica (MUD), e che spesso ne dettano l’agenda, non favorisce certo l’accumulazione di una massa critica sufficiente a mettere in scacco il governo. Viceversa, questi settori si stanno logorando in una tattica “foquista”, che disperde le forze e non può prolungarsi all’infinito, anche se i dollari non mancano e si può reclutare la criminalità organizzata, come già sta avvenendo.
Insieme alla mobilitazione di piazza, la destra cerca di dividere le Forze Armate, incitandole a ribellarsi, senza che fino ad ora si vedano risultati, neanche parziali. Ma la cospirazione continua e sperano di poter comprare qualche alto ufficiale, come nel passato.
In questa fase, la destra ripete l’appello agli Stati Uniti a intervenire militarmente (cosa che in Italia, negli Stati Uniti o in qualsiasi paese occidentale sarebbe punito minimo con il carcere, per complicità con una potenza straniera e tradimento alla Patria) e sembra dipendere da decisioni esterne. Ma la probabilità immediata di un intervento militare esterno non è chiara, anche perché l’imperialismo sa che in Venezuela incontrerebbe una dura resistenza. Donald Trump, moderno dott. Stranamore, non crede nel “soft power” di Obama ed ha già attizzato il fuoco con i bombardamenti in Siria e Afghanistan. Ma in Venezuela non si tratta solo di lanciare una batteria di missili o una superbomba a migliaia di chilometri di distanza.
La dissuasione chavista
La scommessa sul dialogo politico tra il governo e la MUD, con l’appoggio di Papa Francesco e di alcuni ex-presidenti non è ancora persa del tutto, anche se la pace sembra ancora lontana.
Ma con questi venti di guerra, il messaggio dissuasivo che il “chavismo” invia alle piazze e al mondo, è il suo rafforzamento militare e l’organizzazione della Milizia popolare (il governo parla di 500.000 miliziani).
La Ministra degli Esteri colombiana, María Ángela Holguín, ne ha parlato “preoccupata” con il Segretario Generale dell’ ONU e la Corte Internazionale dei Diritti Umani si è espressa nella stessa direzione. Ma non c’è da meravigliarsi per gli attacchi contro la Milizia, che vengono sia da dentro, che da fuori del Paese. Non c’è cosa che preoccupi di più lor signori e gli oligarchi, di un popolo ribelle ed in armi.
Oltre alla mobilitazione della Milizia, la prova di forza della piazza si somma ai fattori di dissuasione del processo bolivariano, nei confronti di minacce esterne di intervento. Il ““chavismo”” può contare sulla gran parte delle Forze Armate, nonché su di una forza miliziana con il morale alto, disposta a combattere e che potrebbe crescere in un momento critico. Come spesso ricordava il Comandante Chavez, è una importante differenza col Cile di Allende del 1973. Per il resto, il Venezuela di oggi è la fotocopia modernizzata di quella spirale che portò al golpe cileno.
Il “chavismo” non ha altra alternativa che mantenere presenza nelle piazze e disputarle alla destra. Ma non c’è dubbio che, tra i talloni d’Achille, vi sono la situazione economica e la mancata diversificazione dell’economia, che pesano come un macigno sul processo bolivariano. Inutile nascondersi dietro un dito.
 La destra in un vicolo cieco
La destra, da parte sua, punta sull’ingovernabilità mentre continua a costruire lo scenario internazionale, tappeto su cui far marciare le truppe di intervento in un ipotetico futuro. Siano esse armate, uni-laterali, multi-laterali, mercenarie, paramilitari, diplomatiche o qualsiasi tra le diverse opzioni che l’imperialismo ed i suoi alleati hanno utilizzato nella storia. La Casabianca non scarta nessuna possibilità, dopo aver dichiarato il Venezuela “una minaccia inusuale e straordinaria alla sua sicurezza”.
Sul fronte diplomatico, l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) ha rinverdito i suoi fasti golpisti da “ministero delle colonie” di Washington, grazie al suo Segretario Generale, l’uruguaiano Luis Almagro. Non perde occasione per alzare l’asticella della provocazione, anche con veri e propri golpe all’interno dell’OEA, che ne evidenziano la pratica e la volontà golpista. Colpito da una preoccupante sindrome ossessiva contro il Venezuela, Almagro è la cerniera tra i voleri di Washington ed i governi della destra continentale.
Solo negli ultimi giorni ci sono stati prese di posizione “contro la repressione” del Perù e del Costa Rica, ed una nuova dichiarazione di “preoccupazione” del Dipartimento di Stato. Dal canto loro, i cosiddetti governi di centro-sinistra (Cile ed Uruguay, ma anche quello italiano) seguono le stesse direttive dell’impero, alleandosi con la destra cavernicola e sperando in futuri dividendi politici.
Qualche giorno fa, da Bogotá, El Tiempo (della famiglia del Presidente Santos) si è occupato di Venezuela in un suo velenoso editoriale: “È da tempo che le linee rosse hanno iniziato ad incrociarsi pericolosamente in Venezuela. Ma quello che è accaduto questo 19 aprile, quando Nicolás Maduro ha represso ancora una volta brutalmente le proteste contro il suo governo di migliaia di persone a Caracas ed altre città del Paese, e ha liberato i suoi gruppi paramilitari conosciuti come i ‘colectivos’, per fare attaccare e intimidire la popolazione inerme, passerà alla storia come il giorno in cui il governo ha perso il senno, per porsi in un punto di non ritorno. La dittatura è caduta addosso ai Venezuelani”.
Il mondo al rovescio, appunto, con la destra reazionaria colombiana che pretende di dare lezioni di rispetto dei diritti umani. Un Paese dove si è consumata (e si consuma) una guerra civile da più di mezzo secolo, dove la repressione ed i troppi massacri hanno costretto l’opposizione a prendere le armi e trasformarsi in guerriglia per non farsi semplicemente sterminare. Dove la violenza è stata storicamente lo strumento per l’accumulazione originaria e la guerra ha prodotto più di 6 milioni di sfollati. Dove, secondo la Defensoria del pueblo, negli ultimi 14 mesi sono stati assassinati 120 difensori dei diritti umani, e ci sono stati 33 attentati contro dirigenti sociali. Dove traballa il processo di pace con le FARC, visto che il governo non rispetta gli accordi di pace. Da dove solo nel 2017, sono scappati circa 30.000 colombiani verso la “dittatura” del Venezuela, che si aggiungono ai 5,6 milioni già nel Paese.
 Sul versante dell’impero, l’attacco è affidato al New York Times: “Nei giorni scorsi, il Presidente del Venezuela Nicolás Maduro ha ordinato di disperdere le moltitudini di manifestanti che protestano nel suo paese, con una pioggia di proiettili di gomma e gas lacrimogeni che gli agenti delle forze di sicurezza tiravano dagli elicotteri. Il governo ha anche utilizzato miliziani vestiti da civili per disanimare i manifestanti con l’obiettivo di farli desistere dal protestare nelle strade”. L’immaginazione al/del potere.
L’editoriale del NYT mette a nudo (e sotto tutela) le divisioni della destra: “… il governo di Maduro ha avuto un successo considerevole in altri momenti di agitazione… Ma questa volta, potrebbe essere diverso, se i gruppi oppositori si mettono d’accordo su una lista di obiettivi concreti e stabiliscono una strategia chiara per affrontare i problemi del Paese con l’aiuto della comunità internazionale”. Il NYT conosce bene i suoi polli, o meglio i suoi “troppi galli nel pollaio”. Sono litigiosi, non si mettono d’accordo, e sono tutti a carico del contribuente statunitense, senza risultati alla vista. È il problema principale e storico dell’opposizione e per risolverlo non sono serviti né i dollari, né i consigli degli abbondanti “consiglieri” di Washington.
Fa capolino ancora il fantasma della violenza e su questo cammino non c’è più ritorno. La destra è in un vicolo cieco: non gli interessa né il referendum revocatorio, né convocare elezioni, né tantomeno sanare l’illegalità dell’attuale Parlamento (con deputati dell’opposizione eletti grazie ai brogli). Il suo obiettivo è creare un conflitto che la porti alla presa del potere, al di fuori della costituzione e delle attuali leggi. Perché in uno Stato di diritto non può privatizzare PdVSA, l’impresa petrolifera di Stato, non può cancellare i contratti che creano imprese miste con la Russia, la Cina, l’Iran, Cuba, etc., né tornare ai “bei tempi”, in cui le multinazionali statunitensi pagavano la ridicola cifra dell’1% in royalties petrolifere.
Per far questo, nel 2002, il decreto golpista del Presidente della Confindustria locale, Pedro Carmona (ribattezzato popolarmente “Pedro il breve”, per la durata di poche ore del golpe) puntava proprio a quello: abolire la Costituzione e tutti i poteri istituzionali. Gli attuali dirigenti della destra vendepatria cercano di assaltare la diligenza, per poi ricevere le cospicue tangenti che le multinazionali del petrolio sono disposte a pagare per controllare PdVSA e la Fascia Petrolifera dell’Orinoco (con le più grandi riserve mondiali provate), e infine godersi la pensione in qualche Paese del “primo mondo”. Meglio se a Miami, dove sono di casa.
Fino a dove potranno arrivare senza ottenere rapidamente i risultati sperati ? Per ottenere questo, bisogna sbarazzarsi della Costituzione, delle leggi, del governo, del Tribunale Supremo di Giustizia, della Procura della Repubblica, etc. Al momento, l’unica maniera di riuscirci è attraverso un governo fantoccio nominato dopo una invasione.
Con visione profetica, el libertadorSimón Bolívar sosteneva già nell’agosto del 18291 che “…gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a piagare l’America di miseria in nome della libertà”.
1 http://www.archivodellibertador.gob.ve/escritos/buscador/spip.php?article3309
DOCUMENTO 2083, DE UNA COPIA DE LETRA DE URDANETA, O.C.B., CARTA DEL LIBERTADOR SIMÓN BOLÍVAR AL CORONEL PATRICIO CAMPBELL, FECHADA EN GUAYAQUIL, 5 DE AGOSTO DE 1829, DÁNDOLE GRACIAS POR SUS BUENOS SENTIMIENTOS Y LE ANUNCIA SU RENUNCIA AL MANDO SUPREMO EN EL PRÓXIMO CONGRESO CONSTITUYENTE.
Donbass, Acerbo (Prc): «Orgogliosi per attacchi ricevuti da ambasciata Ucraina, orgogliosi della nostra delegazione, con l’eurodeputata Eleonora Forenza, in questi giorni in Donbass per costruire ponti di pace»

Donbass, Acerbo (Prc): «Orgogliosi per attacchi ricevuti da ambasciata Ucraina, orgogliosi della nostra delegazione, con l’eurodeputata Eleonora Forenza, in questi giorni in Donbass per costruire ponti di pace»

Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, dichiara:
«L’ambasciata d’Ucraina in Italia in una nota attacca la delegazione di Rifondazione Comunista che con la Carovana Antifascista promossa dalla Banda Bassotti sta visitando le repubbliche del Donbass per una missione di pace e solidarietà. Ci riempie d’orgoglio essere oggetto di attacchi da parte di un governo anticomunista che ha approvato vergognose leggi liberticide e ha riabilitato e celebrato i complici dei crimini nazisti. Siamo orgogliosi che sia una nostra compagna, Eleonora Forenza, la prima parlamentare europea a visitare le regioni sotto attacco da parte del governo di Kiev e dei paramilitari nazifascisti. Purtroppo è vero quel che scrive l’ambasciata: la nostra presenza è in contrasto con l’orientamento del governo italiano, dell’UE e della NATO che fanno finta di non vedere quali caratteristiche pericolose abbiano i gruppi di potere che stanno supportando sul piano politico, economico e militare. E’ assurdo invece che l’ambasciata d’Ucraina lamenti violazioni del loro codice penale in quanto noi siamo già dei fuorilegge per quel governo filonazista. Infatti in Ucraina i comunisti sono stati messi al bando ed è vietato persino sventolare una bandiera rossa o cantare l’Internazionale.
La nostra delegazione è in Donbass per costruire ponti di pace rifiutando la logica della nuova guerra fredda e del riarmo che ha condotto all’escalation del conflitto armato in Ucraina.
Per favorire un processo di pace chiediamo al governo italiano di riconoscere le repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk e di porre fine alle sanzioni economiche alla Russia».
Nota: nella foto, sullo striscione, compaiono i simboli del nostro partito, Rifondazione Comunista, e del partito Боротьба (pronuncia "Borotbà", all'incirca, in Ucraino "Lotta"), un partito marxista ucraino)

mercoledì 3 maggio 2017

Primo maggio 2017 a Brescia

La sfilata completa del doppio corteo dei sindacati storici, seguito a distanza dal corteo alternativo, ripresa dal bordo di via Gramsci, sulla piccola rampa che sfocia in Piazza Vittoria. A destra dell'operatore si trova Piazza del Mercato, dove è in corso il comizio di Lotta Comunista, comizio che fa da sfondo sonoro continuativo alla sfilata del corteo:

lunedì 1 maggio 2017

Sul risultato di Mélanchon alle presidenziali dii Francia

"L'exploit della 'Francia ribelle' di Melenchon è l'unico segnale positivo in queste elezioni". Intervento di Maurizio Acerbo

 Il risultato del nostro compagno Jean Luc Melenchon è storico. Il candidato a sinistra del Partito Socialista non aveva mai preso una percentuale così alta. L'entusiasmante campagna di Melenchon dimostra – dopo Grecia, Spagna e Portogallo - che la sinistra antiliberista e anticapitalista in Europa non è condannata al minoritarismo, anzi è l’unica sinistra credibile ormai sulla scena.

Condividendo con Jean Luc Melenchon e i partiti che lo hanno sostenuto la comune appartenenza al Partito della Sinistra Europea e al gruppo parlamentare del GUE/NGL continueremo a lavorare con loro per la costruzione di un’alternativa in Europa. Il risultato francese ci incita a insistere nella nostra proposta di costruzione di un soggetto unitario della sinistra che abbia però come la campagna di Melenchon un profilo di netta rottura, un programma radicale e un linguaggio chiaro e comprensibile che possa raccogliere un consenso popolare vasto e soprattutto suscitare impegno e militanza. Invitiamo le altre formazioni della sinistra alternativa al PD a mettersi a disposizione perché l’Italia è diventata l’unico paese in Europa dove manca una sinistra antiliberista forte, visibile, popolare.

L'exploit della 'Francia ribelle' di Melenchon è l'unico segnale positivo in queste elezioni. Al ballottaggio i francesi dovranno scegliere tra la peste e il colera. Tra la destra xenofoba e fascista e un banchiere liberista sostenuto dal grande capitale finanziario, dalle multinazionali e dalla Confindustria francese.
L'austerità neoliberista provoca la crisi dei partiti che hanno sostenuto le politiche antipopolari e brucia i leader in breve tempo. I socialisti si riducono al minimo storico dopo la disastrosa esperienza del governo Hollande. Ma l'operazione Macron, come quella intorno a Renzi 3 anni fa, mostra che l'egemonia neoliberista è ancora forte e le classi dominanti reinventano continuamente nuovi personaggi da lanciare nello spettacolo.

L'appello di Jean-Luc Mélanchon alla vigilia del voto del 23 aprile

 

Con la forza del popolo, tutto è possibile!

Signora, signore, Cittadina, cittadino,
Conosco la vostra rabbia. Voglio esserne la voce progressista e umanista.
Dobbiamo separare la Repubblica dalle lobby che minacciano l'ambiente e la nostra salute, interrompere l'onnipotenza della finanza, abolire la monarchia presidenziale e i privilegi della casta che dirige tutto. È il momento di ridiventare un popolo sovrano e indipendente, liberato dai trattati europei e dalle alleanze militari guerrafondaie.
La 6a Repubblica
Sarò l'ultimo Presidente della 5a Repubblica. Appena eletto, convocherò un'assemblea costituente per scrivere una nuova costituzione. Questa assemblea comprenderà un ugual numero di donne e di uomini. Essa sarà composto da delegati mai eletti nelle assemblee precedenti e da cittadini scelti con sorteggio. Essa ricostruirà dalle fondamenta tutta l'organizzazione della nostra democrazia. Sarà la fine della monarchia presidenziale.
Propongo di instaurare il diritto di revocare un eletto anche nel corso del suo mandato, compreso il Presidente della Repubblica. O voi sarete soddisfatti della mia azione o mi manderete a casa prima della fine del mio mandato!
Sarà un cambiamento democratico epocale con nuovi diritti civili: il diritto di voto a 16 anni, il voto obbligatorio e il riconoscimento proporzionale del voto in bianco. Ci saranno anche nuove conquiste di libertà personali con la tutela costituzionale del diritto all'aborto o il diritto al suicidio assistito per essere padroni di sé in tutte le circostanze.
Naturalmente, mentre l'Assemblea costituente farà il suo lavoro, il programma per il quale sarò stato eletto sarà messo in atto.
Condividere la ricchezza
Sarò il presidente “sociale”, avendo per programma lo sradicamento della povertà e della disoccupazione. La Francia non è mai stata così ricca nella sua storia: noi siamo il paese con il record europeo per il numero di milionari e per il versamento di dividendi agli azionisti. Ma la ricchezza è ripartita troppo male. La gente deve riprendersi la sua quota rispetto alla finanza.
Intraprenderò la rivoluzione fiscale per abbassare le tasse a tutti coloro che guadagnano meno di 4.000 euro netti al mese e per ristabilire la giustizia fiscale.
Organizzerò la ripartizione del tempo di lavoro, con la generalizzazione di una 6a settimana di ferie pagate e con l'aumento della maggiorazione per gli straordinari al di là delle 35 ore a settimana.
Aumenterò di 175 euro netti al mese il salario minimo e di 200 euro le pensioni basse. Le PMI vi troveranno il loro tornaconto: portafoglio ordini pieno, calo di imposta sulle società, tasso di sconto allo 0% e soppressione della Cassa Sociale Indipendente.
Abrogerò la legge El Khomri che precarizza i salari e facilita i licenziamenti. Ristabilirò il diritto di alla pensione a 60 anni con 40 anni di contributi. La parità salariale fra donne e uomini permetterà finanzierla.
La pianificazione ecologica
Sarò il presidente ambientalista di fronte alla sfida del clima e ai pericoli che gravano sul'ecosistema. Usciremo dalle energie del nucleare e del carbone per raggiungere il 100% di energie rinnovabili entro il 2050.
Aiuteremo i nostri agricoltori di farla finita con l'agricoltura chimica e gli allevamenti industriali: il mio governo organizzerà il 100% di agricoltura biologica nella ristorazione collettiva e vieterà la crudeltà verso gli animali.
La pianificazione ecologica sarà è al cuore del rilancio dell'attività economica. La metà del piano di 100 miliardi di euro di investimenti pubblici previsti saranno impegnati lì. Il rilancio ecologico creerà la maggior parte dei 3 milioni di posti di lavoro che il mio programma permette.
Il progresso umano innanzitutto
Sarò il presidente del progresso umano. Il denaro non deve determinare l'accesso ai saperi, alla cultura e allo sport. Ne voglio liberare la creazione e la diffusione facendo sì che lo stato ne sia un grande promotore.
Estenderò l'istruzione obbligatoria dai 3 ai 18 anni. Renderò la scuola veramente gratuita, compresi i libri, le attività extrascolastiche e la mensa, biologica al 100%.
Permetterò a ciascun giovane di formarsi con una indennità di autonomia di 800 euro al mese (fin dai 16 anni nell'instruzione professionale). Noi sopprimeremo le tasse di iscrizione all'università.
Per garantire il diritto alla salute, le cure prescritte saranno rimborsate al 100% dalla sicurezza sociale. Raddoppierò il numero di centri di salute per colmare i vuoti dell'assistenza medica.
Uscire dai trattati europei
Sarò il presidente di una Francia ribelle in Europa e nel mondo. Essa libererà il popolo francese ed i popoli d'Europa dai trattati europei e dagli accordi di libero scambio che li obbligano a sbranarsi fra loro.
Instaurerò un protezionismo solidale per riportare in loco le produzioni ed i posti di lavoro.
Proibirò in Francia lo statuto europeo dei lavoratori distaccati. Ritirerò la firma della Francia sull'accordo di libero scambio con il Canada (CETA) e mi opporrò a quello con gli Stati Uniti (TTIP).
Per l'indipendenza della Francia e per la pace
Sarò il presidente della pace. Sono inquieto vedendo crescere la guerra nel mondo e in Europa. Usciremo dalla NATO per non essere trascinati nelle guerre degli Stati Uniti.
Costruiremo una nuova alleanza di paesi non allineati, lavorando per la pace e solo nel quadro dell'ONU.
La Francia alle frontiere dell'umanità
Enfin, sarò il presidente che impegnerà la Francia negli avamposti dell'umanità, in mare, nello spazio e sulla rete digitale. Si tratta di sfide collettive immense, alle quali il nostro popolo può far fronte mobilitando le competenze e l'energia inesauribile degli addetti, gli operai, i tecnici, gli ingegneri che costituiscono l'orgoglio del nostro paese.
Il mondo entra in una stagione di tempeste. È l'ora delle persone di carattere. A 65 anni, non mi sto organizzando una carriera. Mi assumo una missione: restituire la Francia al popolo, liberandola dalla presa dell'oligarchia, restituire la Repubblica alla Francia abolendo la monarchia presidenziale.
Io sono parte del popolo. Questo popolo francese, per il quale la felicità è di poter lavorare e vivere del proprio lavoro. Di potersi prendere cura dei suoi e di se stesso. Di potersi istruire, di farsi una cultura, di praticare le arti. Di potersi divertire, di fare sport. Di poter trascorrere giornate piacevoli, in sicurezza, ovunque. Questo popolo che trae dai suoi principi repubblicani e laici, la forza di una lotta senza tregua per sconfiggere il fanatismo criminale dei terroristi.
Io sono parte del popolo. Di questo popolo francese che non è indifferente alla sorte degli altri, che non accetta la miseria, le discriminazioni, le ingiustizie. Di questo popolo che rispetta le leggi, paga le tasse, fa in modo di essere fatto da buoni cittadini. Questo popolo che non ne può più dgli "affari" e degli "scandali",
La nostra intelligenza collettiva può superare qualsiasi difficoltà, se mettiamo tutto al servizio del bene comune. Il motto della nostra Repubblica, "Libertà, Uguaglianza, Fraternità", stabilisce la nostra rotta. Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità non solo per noi stessi, ma davanti all'umanità intera. Io sono pronto. Anche voi lo siete, io ho so.
Con la storia della Francia in testa, con la forza del popolo nel cuore, servirò il paese con onore e fidélité.
Con la forza del popolo, tutto è possibile!
Jean-Luc Mélenchon

sabato 15 aprile 2017

DALLO STATO SOCIALE ALLO STATO DI POLIZIA

“DALLO STATO SOCIALE ALLO STATO DI POLIZIA”

Ecco i link dei video della serata di giovedi 13 aprile 2017 al Centro Sociale 28 maggio, dedicata a commentare il recente decreto Minniti, convertito in legge ordinaria la mattina precedente a questa serata, cioè il 12 aprile 2017.
Sul sito del governo (http://www.interno.gov.it/it/notizie/e-legge-decreto-minniti-sul-contrasto-allimmigrazione-illegale) la notizia è fornita nei termini che vengono riportati qui sotto.
Naturalmente la descrizione del governo contrasta totalmente con il quadro che esce dalla presentazione fatta da Sergio Pezzucchi, avvocato bresciano impegnato sul fronte del movimento, da Nicoletta Dosio, militante del Movimento no-tav e da Giorgio Cremaschi, portavoce della piattaforma Eurostop, come si può ascoltare dalla registrazione della serata raggiungibile direttamente grazie ai link riporatati subito dopo la "voce del governo"
La Camera ha approvato definitivamente il disegno di legge di conversione. Le novità su centri di permanenza, attività sociali per i richiedenti asilo, sezioni specializzate e procedure più veloci
Con l'approvazione definitiva, questa mattina, da parte dell'aula della Camera dei Deputati, del disegno di legge già approvato dal Senato, è stato convertito in legge con modificazioni il decreto-legge 17 febbraio 2017, n. 13, che contiene "disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale".
L'atto, approvato con 240 voti a favore, 176 contrari e 12 astensioni, introduce una serie di misure, tra le quali:
- semplificazione e accelerazione dei tempi delle procedure relative alla richiesta di protezione internazionale, anche attraverso l'abolizione del secondo grado di giudizio in caso di rigetto dell'istanza, ferma la possibilità di ricorso in Cassazione, e il potenziamento delle strutture giudiziarie con l'istituzione, presso i tribunali, di 26 sezioni specializzate in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea (Ue);
- l’assunzione da parte del ministero dell’Interno di 250 unità di personale altamente qualificato da destinare alle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale;
– i richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza o nel circuito della rete Sprar sono iscritti all'anagrafe della popolazione residente; possono svolgere volontariamente, a titolo gratuito, attività di utilità sociale a favore della collettività locale nel quadro delle normative vigenti;
identificazione nei "punti di crisi" all'interno delle strutture di prima accoglienza dei cittadini stranieri soccorsi durante operazioni di salvataggio in mare o rintracciati come irregolari in caso di attraversamento della frontiera, con contestuale informazione su protezione internazionale, ricollocazione in altri Stati Ue e possibilità di rimpatrio volontario assistito. Previsto il trattenimento in caso di "rifiuto reiterato" di sottoporsi all'identificazione;
- i centri di identificazione ed espulsione diventano centri di permanenza per i rimpatri, in tutto il territorio nazionale, monitorati quotidianamente, con accesso libero per gli stessi soggetti ammessi a visitare le carceri;
- contrasto all'immigrazione illegale anche attraverso un Sistema Informativo Automatizzato (Sia) monitorato dal dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero, interconnesso con altri sistemi informativi tra i quali il Sistema informativo Schengen;
- rito abbreviato nei giudizi sui provvedimenti di espulsione di cittadini stranieri per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato e per motivi di prevenzione del terrorismo;
rimpatri con iter più veloci puntando sulla cooperazione con i paesi di provenienza attraverso accordi bilaterali.
Le disposizioni non si applicano ai minori stranieri non accompagnati, per i quali è stata approvata di recente in via definitiva dalla Camera la normativa che introduce in linea generale il principio di specificità delle strutture di accoglienza riservate ai minorenni.

Dallo stato sociale allo stato di polizia parte 1

Dallo stato sociale allo stato di polizia parte 2

Dallo stato sociale allo stato di polizia parte 3

Dallo stato sociale allo stato di polizia parte 4

venerdì 14 aprile 2017

Gentiloni e Padoan continuano con la politica economica degli espedienti controproducenti

Un governo di guitti

In vendita anche le poste
Mi soffermo qualche istante su due recentissime dichiarazioni rilasciate, rispettivamente, dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal Ministro dell'economia Pier Carlo Padoan.
Il primo, commentando gli ultimi dati riferiti a febbraio su occupazione e disoccupazione diffusi dall'ISTAT, ha detto che le riforme del lavoro già attuate e l'impegno alla loro prosecuzione stanno fruttando i risultati sperati. L' altro, ha detto che l'impegno a proseguire il programma di privatizzazioni, con la cessione di ulteriori quote di Poste Italiane e di Ferrovie dello Stato per un controvalore atteso di 8,5 miliardi, è fondamentale per la riduzione del debito pubblico.
Come siamo potuti scadere al livello di una politica in decomposizione, che vive di declamazioni avulse dalla realtà fattuale? E come è possibile che, nonostante la lezione della crisi, la maggioranza della classe politica sia rimasta in uno stato di cieca adesione all'impianto ideologico neoliberista?
Nel primo caso, a indurre alla soddisfazione Gentiloni è il dato sul tasso di disoccupazione, che a febbraio è calato all'11,5% (dal 11,8% del mese precedente). Soltanto che, l'ISTAT ha anche certificato che è aumentata la consistenza numerica della forza lavoro inattiva, vale a dire di coloro che un'occupazione neanche la cercano. Se poi si tiene conto del fatto che, ai fini statistici, è considerato occupato chiunque abbia lavorato almeno un'ora nella settimana in cui l'ISTAT effettua le sue rilevazioni campionarie, si può immaginare perchè non ci si dovrebbe lasciare andare a facili entusiasmi. Infatti, sempre sulla scorta dei dati, le tipologie di lavoro “attivato” a febbraio (il livello dell'occupazione è in realtà stabile) sono per la gran parte precarie. Il contratto a tempo indeterminato a “tutele crescenti”, fiore all'occhiello del “jobs act”, ipersfruttato per il noto accesso “predatorio” agli incentivi, è già un ferrovecchio. Fior di studi attestano che fra l'indice di protezione legislativa dell'occupazione (cioè quel grado di tutela dei lavoratori che il “jobs act” si è così pervicacemente incaricato di indebolire) e il tasso di occupazione non vi è praticamente alcuna correlazione. Eppure, la religione gentiloniana, in perfetta continuità con quella renziana, insiste nel porre l'accento sui salvifici effetti delle suddette riforme (più flessibilità significherebbe meno disoccupazione). Infine, quando il Presidente del Consiglio parla di impegno alla prosecuzione delle riforme, si riferisce probabilmente alla surroga dei “voucher”. Sono questi, lo ricordiamo, i diabolici buoni lavoro che il governo si è trovato costretto ad abolire pur di scacciare con uno scongiuro, qualunque spettro che evochi una procedura di chiamata alle urne rivolta al corpo elettorale sovrano. A buon intenditore, poche parole. La teoria alla base delle riforme è inconsistente ma a Palazzo Chigi nessuno se ne avvede.
Il ministro Padoan ha invece affermato che senza gli 8,5 miliardi che si prevede di incassare dalla cessione di ulteriori quote di Poste Italiane e Ferrovie dello Stato non si puó invertire la rotta ascendente del debito pubblico.
Trattandosi di un accademico di una certa levatura, ovviamente Padoan non può non sapere che un incasso una tantum (il quale potrebbe con tutta probabilità venire ben presto azzerato dalla rinuncia persistente a entrate come utili e dividendi) non ha nulla a che vedere con la riduzione del debito, il quale (ammesso lo si voglia considerare un problema prioritario a rischio di ingestibilità, il che non è) è un processo di lungo periodo che dipende dalla dinamica di crescita del Pil e dall'andamento dei tassi d'interesse. Un'entrata una tantum può servire, al massimo, per la riduzione del deficit pubblico in un determinato anno (come continuamente richiestoci, in ossequio allo sciagurato Fiscal compact, dalla Commissione UE). Oltre all'adempimento per via surrettizia ai dettami del Fiscal Compact, ci si sta ovviamente prestando, come sempre, all'interesse di “investitori” privati.
Padoan ha in proposito aggiunto, a titolo di rassicurazione, che il controllo delle aziende resterà pubblico. Bella novità! Ai soci privati, che intanto qualcosa (e forse anche più) contano nella “governance” delle aziende, interessa che la loro gestione sia di tipo privatistico (come del resto è già) e soprattutto, lucrativa. Ai privati non interessa tanto l'assetto proprietario formale.
Si tratta, insomma, di due vicende che valgono da conferme a fatti ricorrenti i quali dicono che siamo governati da una classe di politici-guitti, legati a idee disfunzionali, che contano poco o nulla ai fini di tutela dell'interesse pubblico onnicomprensivamente inteso e che altro non fanno se non cercare di spacciare qualche illusione per soluzione strutturale di problemi economici che nemmeno sfiorano. L'importante, per costoro, è rinviare più in là possibile le elezioni e sperare che la maggioranza del popolo riprenda a credergli.

Sergio Farris

lunedì 10 aprile 2017

CON IL VENEZUELA BOLIVARIANO CONTRO LE MANOVRE GOLPISTE

Le radici rosse del Latinoamerica
L'attacco al governo bolivariano del Venezuela sta crescendo di intensità, sia per la strategia golpista della destra locale, che per l'attacco internazionale attuato dagli Stati Uniti, tramite l'Organizzazione degli Stati Americani (OSA) e con l'appoggio di diversi governi europei.
Il governo venezuelano ha piena legittimità democratica in quanto eletto per volontà popolare. In Venezuela non c’è una dittatura, ma una grave crisi economica, politica e istituzionale, provocata dall’aggressione costante e la politica di destabilizzazione della destra, espressione politica dell’oligarchia parassitaria e speculatrice.

Le destre italiane ed il Partito Democratico, continuano la loro opera di disinformazione, con accuse che distorcono la realtà del sistema costituzionale della Repubblica presidenziale del Venezuela che conta su 5 poteri, (esecutivo, legislativo, giudiziario, cittadino e elettorale), e non solo i 3 a cui siamo abituati.
L’organo di controllo ed il massimo interprete della Costituzione venezuelana è la “Sala Constitucional del Tribunal Supremo”, che ha emanato le sentenze di cui tanto si è discusso. Le sue prerogative sono appunto il controllo della rispondenza alla Costituzione degli atti di qualsiasi potere pubblico, e la risoluzione dei possibili conflitti tra gli stessi.

Le sentenze sono state emesse per risolvere le controversie di interpretazione rispetto ai contrasti istituzionali che vive il Venezuela dal momento in cui l’opposizione di destra è diventata maggioranza nel parlamento. Un parlamento che   già dal gennaio 2017 si è auto-dichiarato in “stato di ribellione”, ha usurpato in alcuni casi le funzioni del potere esecutivo e si è fatto beffe dei provvedimenti presi dal Tribunale Supremo di Giustizia. Il caso più eclatante è il non rispetto della sentenza che lo obbliga a sospendere tre deputati dello Stato Amazonas accusati di brogli elettorali.
In base alla divisione costituzionale per l’equilibrio dei poteri, l’ultima sentenza riguarda l’assunzione (da parte del Tribunale Supremo di Giustizia) delle funzioni che, per omissione dei doveri del Parlamento, impediscono il funzionamento dello Stato (ad esempio votare investimenti petroliferi di società private per le quali c’è bisogno dell’approvazione di un protocollo congiunto dei poteri esecutivo e legislativo, o approvare nuovi prestiti). Si tratta della Costituzione del Venezuela, non di un golpe.
Viceversa sono i veri golpisti venezuelani (che le destre italiane ed il PD stanno appoggiando) che anche in queste ore stanno promuovendo azioni violente nel Paese, chiedendo a gran voce l’intervento militare esterno, in base a un copione che ha l’unico obiettivo di far cadere il governo del Presidente costituzionale, Nicolàs Maduro e riappropriarsi delle risorse petrolifere del Paese.

Sul versante internazionale, l’OSA mantiene la triste storia di sottomissione ai piani golpisti di Washington, propiziando interventi militari che hanno prodotto migliaia di morti. L’attuale Segretario Generale dell’OSA, il Sr. Almagro sta ripercorrendo le sue pagine più buie, mediante l’imposizione di meccanismi che violano in maniera flagrante la normativa legale e costituzionale del Venezuela e lo stesso statuto dell’OSA. Il Sr. Almagro è alla testa del coro emisferico della destra fascista che aggredisce incessantemente il Venezuela, senza né scrupolo, né etica, basandosi sulla menzogna e sull’odio.
Il PRC denuncia la campagna sistematica dell’OSA, ed in particolare del suo Segretario Generale che, lungi dall’apportare soluzioni, sta aggravando la crisi. Questa campagna è parte della strategia di Washington, esplicitata dal presidente Donald Trump, e soprattutto dai piani del Comando Sud e della IV Flotta statunitense, che fanno pressioni per un “intervento umanitario” (sic) nel quadro di una brutale contro-offensiva imperialista nel continente.
Denunciamo l’appoggio dei Ministri degli Esteri di alcuni governi di “centro-sinistra” a questa offensiva della destra conservatrice e fascista, coordinata dagli Stati Uniti. Un appoggio caratterizzato da una sfacciata ingerenza nella politica interna del Venezuela, che mette in pericolo la stessa democrazia ed una soluzione politica della crisi.   
Denunciamo inoltre la violazione della legalità del MERCOSUR, dell’Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR) e dell’OSA, con prese di posizione di un gruppo di Paesi che non hanno nessun valore istituzionale e che costituiscono un precedente pericoloso per tutto il continente.

Restiamo invece in attesa che molti parlamentari italiani, così solerti nell’attaccare il governo bolivariano del Venezuela, spendano le stesse energie per sollecitare l’eliminazione del criminale embargo statunitense contro Cuba, per denunciare le contro-riforme “lacrime e sangue” del governo golpista di Temer in Brasile e del governo Macri in Argentina, che cancellano la legislazione approvata dai governi progressisti a favore delle fasce più povere della popolazione.
Ma non ci facciamo illusioni, dato che quegli stessi parlamentari tacciono anche quando in Italia il governo che sostengono, continua a promuovere la guerra, a criminalizzare il conflitto sociale, a utilizzare le forze dell’ordine per reprimere con violenza cortei autorizzati, gruppi di cittadini che difendono il loro territorio dalla furia predatrice di imprese senza scrupoli e i lavoratori che difendono il posto di lavoro.

Il PRC-SE ribadisce il suo sostegno al dialogo nazionale tra il governo venezuelano e tutte le forze politiche, voluto dal presidente Maduro con il supporto del Papa Francesco, dell’ex primo ministro spagnolo Zapatero (che rappresenta la UNASUR), e degli ex-Presidenti Leonel Fernández (Repubblica Dominicana) e Martín Torrijos (Panamá).
Invece che fomentare lo scontro, si riapra il dialogo, che gioverebbe sia ai cittadini del Venezuela, che ai nostri emigrati che vivono in quel Paese.

Il PRC-SE fa appello ai suoi militanti ed ai sinceri democratici a mantenere alta l’attenzione e la mobilitazione a difesa del Venezuela bolivariano, e chiede a tutte le forze politiche ed istituzionali, nazionali ed internazionali, di agire responsabilmente per evitare un tragico bagno di sangue.
Troppi sono i venti di guerra che soffiano sul pianeta. È vitale preservare la pace nella regione, messa in pericolo dalle manovre di destabilizzazione in atto.

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA – SINISTRA EUROPEA
Roma 9-4-2017